La garra, la cazzimma, la fame e il calcio che non tira più

Nel mare dei problemi e dei disagi che il calcio italiano sta vivendo c’è un aspetto che non viene mai nominato ma che io ritengo che sia una delle ragioni dello stato di crisi dell’intero movimento, forse addirittura una sorta di peccato originale, la scomparsa della vocazione nei giovani. L’eccessiva presenza di stranieri nelle nostre squadre, oltre che per una italica inclinazione esterofila, è sintomatica, e per la prima volta dopo un secolo di storia, il calcio si trova ad affrontare un territorio sconosciuto, il suo improvviso indebolito appeal.

Pensiamo per un attimo ai nostri figli.
Quanti di loro sono disposti a sacrificare qualcosa per il calcio?
Quanti di loro aspirano a giocare nella squadra del loro paese?
Quanti di loro passano la domenica in una qualche tribuna di calcio minore?
La mia generazione, quelli nati tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, adorava questo sport, viveva letteralmente con il pallone tra i piedi.
Quante scarpe rovinate, quanti pantaloni strappati, quante pallonate contro saracinesche, porte e, ahimè vetrate, quanti palloni bucati dalla “guardia” (ancora non esisteva la polizia municipale). Quanti sogni.

Tutto questo non esiste più, nessun ragazzo di adesso che gioca negli esordienti o nei giovanissimi ha mai neanche pensato di improvvisare un campo di gioco piazzando due lattine o due giubbotti come pali e sfidare gli amici al dieci. Siamo cambiati anche noi, i ragazzi di allora, siamo diventati apprensivi genitori moderni. le nostre sorelle e amiche poi, che allora odiavano il calcio, sono diventate famigerate-super-esperte mamme di potenziali super-campioni. Abbiamo riversato sui nostri figli tutte le nostre incompiute ma togliendogli al contempo le fatiche che queste richiederebbero.

Oggi ai nostri ragazzi, se piove o fa freddo gli facciamo saltare gli allenamenti, spesso con loro profonda soddisfazione. Oggi, fino ad una certa età, è vietato l’agonismo, le gare sono regolate da norme precise, tutti devono giocare, nessuno deve sentirsi escluso, che, se da una parte è una conquista, dall’altra è una sconfitta. Per evitare un qualsiasi trauma sterilizziamo tutto, togliamo il senso di conquista, di lotta per ottenere qualcosa, mortifichiamo il talento, anzi, essere bravi oggi sembra essere diventato una colpa. Quanti allenatori e dirigenti di associazioni sportive ai genitori propinano la formula: suo figlio attualmente è ancora un po’ indietro (traduzione di suo figlio è meno bravo di altri)

I ragazzi degli anni 10, perlomeno gli italiani, non considerano più il calcio una priorità. Non sono più innamorati di questo sport.

Proviamo a pensare ad un sedicenne argentino, brasiliano, ma anche romeno, serbo o ghanese ecc. e paragoniamolo ad un sedicenne italiano, calcisticamente parlando (ma non solo) chi avrà più garra, cazzimma, fame?

E in serie A non ci si arriva con la sciarpina anti frescata e il corpo pieno, e se all’orizzonte non vediamo nessun nuovo Baggio-Totti-Del Piero è anche parecchio colpa della nostra presunta scienza genitoriale.