Brasile 2013. Poesia e speranza perduta.

In attesa della semifinale contro la Spagna, questa strana edizione della Confederation Cup segna un punto di non ritorno. Assistere a rabbiose proteste popolari contro l’organizzazione di manifestazioni che dovrebbero invece inorgoglire una nazione quali che sono Mondiali di Calcio e Olimpiadi dovrebbe far riflettere sul tipo di società che il mondo occidentale sta proponendo. Riflessione ancora più profonda se questo tipo di protesta avviene in un paese fatalista, paziente, tollerante e che adora il calcio come il Brasile.
Che tipo di malessere colpisce il nostro mondo, che tipo di insoddisfazione è quella che neanche il calcio riesce più a lenire.
Siamo davvero in un momento storico importante, un momento che penso cambierà gli equilibri del pianeta per come li conosciamo, un momento che finirà dritto nei libri, o forse ebook, di storia.
La sensazione forse più triste, per chi come me è cresciuto da campione del mondo negli anni ottanta è quella di non riuscire più a ricordare nessun altra poesia all’infuori di quella che recita così:

Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani.

Chi si ricorda più la formazione del mondiale 2006 o una qualsiasi formazione?  A cosa apparteniamo oggi? Con cosa possiamo sognare ad occhi aperti?
In fondo il calcio è (era) soprattutto questo, sogno, appartenenza e speranza.